Storia e memoria - Ambiente2000

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Storia e memoria

Storia
C’è la Storia con la “S” maiuscola. Quella che impariamo a scuola, quella che vediamo spesso al cinema o in televisione. 
Ma c’è la storia “minore”, quella, invece, di tutti i giorni. 
Quella che hanno fatto tanti uomini e donne prima di noi e che faranno tanti dopo di noi.
E’ di questa storia che desideriamo parlare in questa pagina.
Desideriamo ricordare il lavoro e i mestieri, gli strumenti e le costruzioni, le feste, i giochi, i dialetti, la lingua, 
che hanno accomunato le genti, ma non solo.
Un lungo filo che ha legato i popoli ai luoghi, senza interruzioni di continuità, 
dove l’ambiente ha plasmato le genti e dove le genti hanno cambiato l’ambiente e il paesaggio, 
rendendolo vivo e consono ai propri bisogni.

Rogge e mulini

Parlare di acqua vuol dire parlare di sopravvivenza, sia che si parli di uomini, animali o vegetali.
E’ l’ acqua che ha reso possibile la vita ed è l’acqua che ancor oggi ci permette di vivere. Sembra ovvio e scontato, ma da come la usiamo e soprattutto da come la sprechiamo, non sembra così.
L’acqua ci ha permesso di vivere anche perché ci ha dato modo di poterla sfruttare come materia strumentale al lavoro.
All’inizio la vita era molto dura, l’acqua da bere si ricavava dai pozzi e veniva sollevata con i secchi a forza di braccia, ma molto presto l’uomo si accorse che l’acqua poteva anche essere indirizzata e fatta giungere con i mezzi più vari dove serviva. Si iniziò così a costruire rudimentali canali ( dette anche rogge) che potessero avvicinare l’acqua ai paesi, per gli usi domestici, per gli animali e per tutte quelle attività che via via si andavano sviluppando.

Solo in seguito, si comprese che le rogge potevano diventare strumento per irrigare i campi come supporto alle piogge e diventarono soprattutto nei primi decenni del ‘900 una prassi consolidata ed efficiente.
I canali principali venivano sbarrati e in tal modo s’innalzava il livello; successivamente venivano aperte le bocche laterali che facevano fluire l’acqua ai campi. L’acqua aveva così modo di infiltrarsi per tutta la superficie coltivata, andando ad abbeverare l’apparato radicale delle colture. Questo metodo viene chiamato ad espansione superficiale ed in alcuni casi viene utilizzato ancor oggi.
Nel tempo tale pratica si espanse creando una fitta rete di distribuzione, ma negli anni ’50 gradualmente si passò all’irrigazione a pioggia, che permise d’irrorare una maggiore superficie.

Contemporaneamente, si sfruttò l’acqua anche come forza motrice, per le ruote idrauliche dei mulini, per le tante botteghe artigiane come quelle dei fabbri, dei filatori, le tintorie e altro ancora e l’uso di tali pratiche è andato avanti fino all’era industriale.
Le caratteristiche dei mulini, anche se tecnologicamente comuni, erano studiati di volta in volta rispetto alla destinazione d’uso a cui erano destinati e all’ambiente in cui erano inseriti.
I mulini di montagna, ad esempio, potendo sfruttare un salto d’acqua maggiore, con relativa maggior pressione, ma portata minore , di solito utilizzavano la cosiddetta spinta “per di sotto”(Ruota detta 'a palette', dove l'acqua spinge le pale immerse nella corrente) con la ruota più piccola rispetto al sistema “per di sopra”. 



Con tale sistema ( Ruota detta 'a cassetta'), viene sfruttato il peso dell'acqua e non la sua velocità o spinta. L’acqua riempie le cassette all’apice della ruota che, una volta effettuato il semigiro inferiore vengono svuotate.
Ma anche per i mulini il tempo stava scadendo. La notevole crescita demografica, la grande espansione della produzione agricola, l’ampliamento dei mercati e dei commerci impose un cambiamento epocale. La nascita dell’industria moderna e l’inizio dell’utilizzo di combustibili fossili come fonte di energia, contribuì ad abbandonare lo sfruttamento idrico e a dimenticare tali infrastrutture, relegandole in nicchie di conoscenza o, ancor peggio, abbandonandole ad un inesorabile oblio.
Ma il recupero ad una fruizione collettiva dei siti d’acqua, permetterebbe di far risaltare tali importanti opere del passato sottolineandone il valore e il significato, sia sotto l’aspetto dell’archeologia industriale e artigianale del territorio, sia da un punto di vista naturalistico, creando dei veri e propri itinerari culturali, turistici e didattici che permettano di rivivere le atmosfere del passato, dove acqua e natura scandivano il tempo e la vita.
Edicole votive


Parlando di paesaggio rurale non possiamo dimenticare quanto il tema della religiosità popolare sia strettamente connesso.
Questa religiosità vive soprattutto nei luoghi di campagna, intorno a un “posto; non un luogo geografico, ma un ambiente naturale, dove si vive intensamente il rapporto tra umano e spazio circostante.
In questo contesto sì inseriscono i vari manufatti votivi presenti, quali i capitelli, i crocifissi, le cappellette che caratterizzano il paesaggio rurale oltre il valore architettonico ma trasmettendo l’esperienza del sacro di intere generazioni senza distinzione di classe, ma accomunate tutte dal legame con la terra.
In origine il loro uso era soprattutto propiziatorio e legato al culto pagano, ma con il diffondersi del Cristianesimo, apparsero le immagini sacre e soprattutto quelle più care alla devozione popolare.
E’ intorno a queste costruzioni che si sono sviluppate tutta una serie di manifestazioni religiose cristiane, come le processioni, i rosari, a cui il popolo partecipava con estrema devozione.
Divennero veri e propri “segni” di sacralizzazione del territorio e che in forme diverse troviamo anche in altre civiltà, religioni e culture e per tutti rappresentavano e in alcune civiltà ancora oggi rappresentano, la testimonianza del “bisogno”, di poter sentire la presenza e l’aiuto del divino nella vita quotidiana, un palliativo alla povertà e al disagio sociale.
Segni di una memoria che viene da lontano, ma che fa parte di noi e che ci indica la strada che dobbiamo ancora percorrere.

Meridiane 


Quante volte nei nostri viaggi, nelle nostre escursioni, ci siamo trovati di fronte le meridiane. Di solito su facciate di palazzi antichi, tenute di campagna, chiese, torri e siamo rimasti ad ammirarle, anche con un po’ di nostalgia per il tempo passato.
Ma per loro il tempo non è passato. Misurano il tempo nello stesso modo, come il primo giorno.
Erano già conosciute nell'antico Egitto e presso altre civiltà, ma le prime testimonianze risalgono addirittura al neolitico. Sono autentici capolavori di archeologia scientifica, questi “quadranti solari”, chiamati così perché basano la loro misurazione sul rilevamento della posizione del sole e tramite uno stilo detto gnomone ne proiettano l’ombra, sulla superficie . In questo modo hanno segnato il tempo per migliaia d’anni e creato il ritmo delle nostre vite, permettendo di dare “forma” al tempo.

Uno strumento che unisce il cielo e la terra. La luce del sole con la vita dell’uomo. Che ha scandito il passaggio delle stagioni e l’età dell’uomo e rammentandoci quanto possa essere fuggevole e fragile la vita.
Ma sono anche testimonianze artistiche, in molti casi sono ricche di particolari e colori e dimostrano quanto il loro uso sconfinasse nel desiderio di creare, oltre all’utilità dello strumento, anche l’ oggetto da ammirare e per arricchire edifici di grande importanza soprattutto nel Rinascimento.
Il lungo viaggio delle meridiane nella storia giunge fino a noi. Da così lontano a così vicino, con il loro immutato messaggio, ma sapremo apprezzarlo e non distruggerlo in un inesorabile oblio?

 
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