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Lingua e dialetti

Storia
La lingua madre

La lingua delle nostre origini è il vero contenitore che ci custodisce e ci permette di conoscere la nostra identità. Per le nuove generazioni la lingua sarà l’Italiano; ma per tanti, ancora molti, è il dialetto.
La lingua delle nostre madri, come diceva Dante Alighieri: “Questa mia cara lingua materna fu elemento di unione per i miei genitori che in essa parlavano; come il fuoco prepara il ferro per il fabbro che ne fabbrica poi il coltello, così la lingua materna ha partecipato alla mia nascita ed è concausa del mio essere”.
E’ nel dialetto, che ritroviamo la nostra identità territoriale e attraverso esso riscopriamo i suoni e il paesaggio dei nostri ricordi più familiari, un anello di congiunzione tra un prima e un dopo, tra un passato e un presente che diventa chiave per capire un tempo che non c’è più.
Elias Canetti amava dire che: “ Non si vive in un paese, si vive in una lingua” e rende chiaramente, quanto forte sia il legame che unisce la nostra vita alla nostra lingua madre.
Molti sono portati a sottovalutare i dialetti e li vedono come sottoprodotti della lingua italiana, ma non è così; anche loro hanno radici e vanno rispettati perché altrettanto nobili.
Contribuiscono al mantenimento delle identità territoriali, vista l’influenza della realtà multiculturale in cui viviamo e creano il legame generazionale, ma non solo. Rappresentano anche una garanzia di autenticità per l’evoluzione e la diffusione, sempre più ampia, dell’italiano.
La poesia dialettale

Per dialetto intendiamo la parlata locale, in un ambito geografico limitato e che si differenzia dalla lingua comune utilizzata a livello nazionale.
Fino al Seicento i dialetti erano vere e proprie lingue autonome ma con il Settecento le due realtà linguistiche cominciarono a contaminarsi. Con l’unità d’Italia si continuava a scrivere in Italiano ma a parlare in dialetto, ma si prese coscienza che il dialetto aveva una sua “dignità” e meglio della lingua nazionale poteva esprimere il proprio mondo interiore. Ed è con l’Ottocento, che vediamo svilupparsi nella poesia e nel teatro l’uso del dialetto, che meglio riusciva ad esprimere l’atmosfera del luogo e a caratterizzarne i personaggi creando intorno a loro i suoni e i ritmi della loro vita.
Tra questi autori ricordiamo il triestino Virgilio Giotti – il gradese Biagio Marin e più recentemente il romagnolo Tonino Guerra e il friulano Pier Paolo Pasolini, solo per citarne alcuni.
Attraverso i secoli e gli eventi più o meno drammatici della nostra storia – vedi ad esempio il Fascismo che sempre dimostrò una notevole insofferenza nei confronti dei dialetti - arriviamo ad oggi, dove non è più considerata letteratura minore, ma ha una limitata possibilità di circolazione, dato il declino delle forme dialettali soprattutto tra le nuove generazioni.
- Virgilio Giotti -
I zacinti

I do rameti de zacinti
bianchi e lila li vardo, ch’i xe come
el viso tuo de prima
che, dàndomeli, un poco te ridevi,
tignìndomeli in man co’ le tue fermi,
pàlida e i denti bianchi.
Pàlidi qua in t-el goto,
sul sbiadido del muro,
’rente el sol che vien drento, che camina
su la piera frugada del balcon.
E tuti lori no i xe che quel pàlido
lila slusente: ’na fiama lassada
là ardir che intanto xe vignudo giorno;
e el bon odor ch’i gà impinì la casa.



Come ’sto nostro amor,
che tuto lui no’ ’l xe che un gnente là,
un pàlido; ma un pàlido che lusi,
che ardi, e un bon odor, una speranza,
che me impinissi el cuor co me la sento:
’na casa mia e tua,
mèter insieme la tovàia,
mi e ti, su la tola,
con qualchidun che se alza
su le ponte d’i pie
pici e se sforza de ’rivar coi oci
su quel che parecemo.
- Virgilio Giotti -
I giacinti

I due ramicelli di giacinti
bianchi e lilla li guardo, che sono come
il viso tuo di prima,
che, dandomeli,ridevi un poco,
tenendomeli fermi in mano con le tue,
pallida, i denti bianchi.
Pallidi qui nel bicchiere,
sullo sbiadito del muro,
vicino al sole che vien dentro,che cammina
sulla pietra consunta della finestra.
E in tutto loro non sono che quel lilla
pallido che brilla: una fiammata lasciata
là ad ardere, che intanto è venuto giorno;
e il buon odore di cui hanno riempito la casa.




Come questo nostro amore,
che in tutto lui non è che un niente,là,
un pallore; ma un pallore che risplende,
che arde, e un buon odore, una speranza,
che mi riempie il cuore 
quando me la sento:
una casa mia e tua,
mettere insieme la tovaglia,
io e te, sulla tavola,
con qualcuno che si alza
sulle punte dei piccoli piedi
e si sforza di arrivare con gli occhi
a quello che prepariamo.
- Pier Paolo  Pasolini -
Ciant da li ciampanis

Co la sera a si pièrt ta li fontanis
il me país al è colòur smarít.
Jo i soi lontàn, recuardi li so ranis,
la luna, il trist tintinulà dai gris.
A bat Rosari, pai pras al si scunís:
jo i soj muàrt al ciant da li ciampanis.
Forèst, al me dols svualà par il plan,
no ciapà pòura: jo i soj un spirt di amòur
che al so país al torna di lontàn.
- Pier Paolo Pasolini -
Canto delle campane

Quando la sera si perde nelle fontane,
il mio paese è di colore smarrito.
Io sono lontano, ricordo le sue rane,
la luna, il triste tremolare dei grilli.
Suona Rosario, e si sfiata per i prati:
io sono morto al canto delle campane.
Straniero, al mio dolce volo per il piano,
non aver paura: io sono uno spirito d'amore,
che al suo paese torna di lontano.

- Walter Dusatti -
Su l’Isonz

Qualche volta ancora
torno par la vecia riva
dove al talpon se spècia
dove xe bel sentarse
a vardar, e pensar,
al temp de una sigareta.
Loghi de casa, l’argine,
al giaron, quel che resta
(pochi travi) del ponte de la prima guera
e i campanii de la furlania
che magari sona l’avemaria
soto al tramonto, con quel sol de fogo
che al par andar al zièl.
Qua, de putel,
vignivo cun me nonu
e al carador passava, e fèmene cui legni
e par l’aria iera i fii de fumo
del paese che missiava la polenta
e la miseria de casa.




Quante famee passade: le marende
su l’erba, la banda, le paure
in temp de guera,e le morosarie
de zoventù; se’ndava
a brazet co una putela
soto la luna, soto de ste rame,
cui sogni in scarsela.
Me par ier de compagnar me fia
longo la riva, tignindola par man
e de zugar, e de vardarla corar
ridendome tra i fiori.
Cussì, l’acqua la passa
e i ani i core via
e se mùcia ricordi, e pian a pian
l’età se fa sintir, la meza età
che xe un autuno sfogonà
de colori, de vita, de lusori
e che sui monti al mostra za la neve
de l’inverno, no più tant lontan.

- Walter Dusatti -
Sull'Isonzo

Qualche volta ancora
torno per la vecchia riva
dove il pioppo si specchia
dove è bello sedersi
a guardare, e pensare,
il tempo di una sigaretta.
Luoghi di casa, l’argine,
il ghiaione, quello che resta
(poche travi) del ponte della prima guerra
e i campanili del Friuli
che magari suonano l’Ave Maria
sotto al tramonto, con quel sole di fuoco
che sembra andare in cielo.
Qua da bambino,
venivo con mio nonno
e il carrettiere passava, e donne con la legna
e in aria c’erano fili di fumo
del paese che mescolava la polenta
e la miseria di casa.




Quante famiglie passate: le merende
sull’erba, la banda, le paure
in tempo di guerra e gli amori
di gioventù; si andava
a braccetto con una ragazza
sotto la luna, sotto questi rami,
con i sogni in tasca.
Mi pare ieri di accompagnare mia figlia
lungo la riva , tenendola per mano
e di giocare, e di guardarla correre
ridendomi tra i fiori.
Così, l’acqua passa
e gli anni corrono via
e si ammucchiano i ricordi, e pian piano
l’età si fa sentire, la mezza età
che è un autunno infuocato
di colori, di vita, di luccichii
e che sui monti mostra già la neve
dell’inverno , non più tanto lontano.

La lingua e il luogo

Sempre collegandoci alla lingua e alle sue trasformazioni nel tempo , a metà strada tra la comunicazione scritta e quella orale, un posto ben preciso è occupato dallo studio dei toponimi o nomi di luogo.
La toponomastica ci permette di ricostruire la storia delle popolazioni, il loro avvicendarsi in un determinato luogo e quanto siano riusciti a pervadere il territorio con la loro cultura e tradizioni.
Ci sono vari modi per "leggere" un territorio e per essere guidati alla sua scoperta; uno di questi è l'interpretazione dei nomi che identificano i suoi luoghi, siano essi paesi, città, fiumi,monti.
In quest’ottica, interessante può essere la lettura dell’articolo che segue, di Maurizio Puntin (storico e studioso di toponomastica e antroponimia ), che anticipiamo con un breve riassunto che introduce l’articolo vero e proprio dandone una semplificata visone d’insieme.
- RIASSUNTO ARTICOLO -
" PIERIS E BEGLIANO: 
VILLAGGI MEDIEVALI DEL BASSO ISONZO 
DALL‘INCERTA IDENTITA’ "  
di Maurizio Puntin
L’autore ha studiato a fondo, a cominciare dagli anni ’90, la toponomastica e l’antica antroponimia del Territorio di Monfalcone. Dopo la pubblicazione della II edizione dell’opera (P 2010) le ricerche sono continuate e hanno sempre confermato quei primi risultati. In pratica questo angolo sud-orientale del Friuli rientrò almeno fino a tutto il sec. XV nella Slavia submersa, con una maggioranza di abitanti slavofoni ed una minoranza parlante un dialetto friulano che si situava morfologicamente fra quello centrale e le antiche e scomparse parlate friulaneggianti di Trieste e Muggia. 
Nell’articolo si ripresentano brevemente molti nomi di persone e di luoghi di Pieris e Begliano (oggi Comune di S. Canzian d’Isonzo), con alcuni nuovi dati emersi ultimamente: per esempio sull’attuale località Isola Morosini (nel sec. XV Otoch) che apparteneva in età medievale all’Abbazia benedettina di Moggio. Viene rivista anche l’etimologia del nome della località di Begliano, lasciata in sospeso nei lavori precedenti fra l’opzione predialistica romana (*Bellius) e quella paleoslava (*Beljan o *Beljani); assegnando questo toponimo allo strato linguistico slavo.
Bisogna distinguere però questo strato sloveno medievale da uno successivo, rappresentato essenzialmente da nomi e soprannomi di persone immigrate nel Monfalconese
fra la fine del sec. XV e il sec. XVII. Gente di origine balcanica (sclabonus sive bisiacus) che fuggiva dalle invasioni turche ed entrava in un angolo di Friuli soggetto a Venezia.
I tre villaggi erano vicini all’antico traghetto (zopum) di Pieris sul fiume Isonzo e la parte finale dell’articolo è dedicata alla discussione sull’etimo del termine friulano çòp/zòpul ‘piroga’ (slov. dial. čupa), su cui era intervenuto uno scrittore di Trieste proponendo un’origine slovena. L’autore dell’articolo mostra invece come non si possa facilmente disgiungere il termine çop/zop da tutta una trafila di voci, ben attestate nell’area romanza del nord-est italiano (compresa la lingua dalmatica oggi estinta). Voci che sembrano tutte gravitare attorno al semantema “ceppo, legno scavato” e che potrebbero in ultima analisi essere di lontana origine prelatina.
ARTICOLO - TESTO ORIGINALE -
" PIERIS E BEGLIANO:
VILLAGGI MEDIEVALI DEL BASSO ISONZO DALL‘INCERTA IDENTITÀ "
di Maurizio Puntin

Sulla riva sinistra dell’Isonzo e non lontano dalla sua foce si situano alcuni paesi caratterizzati nel basso medioevo da un popolamento misto, sloveno e romanzo, con una certa prevalenza del primo elemento etnico. I paesi sono Pieris, Begliano e San Canziano, con l’appendice di Isola; quest’ultima zona fino al sec. XVI era solo una grande selva, di proprietà della lontana abbazia di Moggio, non abitata ma ben frequentatada boscaioli, cacciatori e pescatori.
La situazione linguistica che abbiamo evocato non era limitata ai tre paesi ma si allargava a tutto il Territorio di Monfalcone e si modificò solo fra la seconda metà del sec.XVI e la prima del successivo, come conseguenza di vasti e complessi eventi storici.1
In un periodo incerto ma fra i secoli XV e XVI emerse l’etnico bisiàc che caratterizzerà in epoca moderna il Monfalconese e fin dall’inizio venne identificato nell’area romanza come una varietà «slava». A questo proposito è del massimo interesse per la storia linguistica del Friuli orientale una testimonianza emersa ultimamente: 1462–1464 Sclabonus sive bisiacus.2 Va detto che non si trattava probabilmente del vecchio strato etnico sloveno di quel territorio conosciuto nel medioevo come Ultraisoncium (‘Oltre il fiume Isonzo’), bensì di immigrati dai paesi balcanici che si mescolarono qui ad altri, provenienti dalle regioni padane.
Il problema della datazione degli originari stanziamenti slavo-alpini o sloveni in Friuli non è stato risolto. Una tradizione storiografica li datò fra i secoli X e XI, come conseguenza delle scorrerie ungariche e del relativo ripopolamento voluto dalle autorità patriarcali. Alcuni toponimi però farebbero pensare a due ondate, una altomedievale (slavo-alpina) composta da pastori ed una frammista alla parte romanza all’epoca dei grandi dissodamenti (ronchi) e della fondazione di ville nove fra la fine del sec. X ed il sec. XII. Alcuni nomi di luogo infatti, come Bertiolo (ant. Bratiul), Biauzzo (ant. Blaguz), Luvic, Luvidrago, Pradigoi, Visco, Turriaco (ed altri: Puntin 2009) potrebbero risalire all’alto medioevo. Il Monfalconese è un angolo di Friuli stretto fra l’Isonzo ed il Carso, quest’ultimo popolato da sloveni già in età altomedievale; per cui è plausibile che forti gruppi sloveni abbiano colonizzato alcune zone fino alle rive isontine già fra i secoli VII e VIII. Selz, Cassegliano, Staranzano, Turriaco, Sagrado3 sono certamente fra queste. In pratica il territorio di Monfalcone andrebbe compreso in quelli della vasta Slavia submersa. In particolare il caso delle tre località prossime, Pieris, Begliano e San Canziano è complesso e interessante da studiare.






Pieris4 è un paese situato su quelle che sono le rive dell’Isonzo almeno dal sec. XIII5 e rappresentava una comunità autonoma che una strada divideva nel campo religioso fra due antiche pievi, S. Pietro (per la parte ad ovest) e S. Canziano (per la parte ad est). Begliano fu un villaggio da sempre sottoposto in spirituali ed in temporali alla vicina pieve di S. Canziano.6
La ricerca di documenti che riportassero personali e soprannomi medievali del Monfalconese, iniziata alla fine degli anni novanta, ha dato finora pochi frutti e questo probabilmente perché a differenza di altre zone dello stato patriarcale (l’Udinese, il Cividalese, la zona collinare ecc.) questo angolo di sud-est era importante solo per i tre passi sull’Isonzo, per la Muda del confine7 della Patria del Friuli e per la rocca su un colle sovrastante la terra murata di Monfalcone.
Per i toponimi siamo stati più fortunati, considerato che per le questioni di proprietà e di identificazione di terreni e boschi, molti nomi medievali si sono conservati negli atti notarili dei secoli successivi e nei catasti moderni.
A Pieris la divisione del paese a cui abbiamo fatto cenno non influiva sull’onomastica e da una parte e dall’altra troviamo sia personali sloveni (secc. XV–XVI): Blagogna, Blasichio, Bratuç, Gorsé, Greghé, Jursé, Juvaniz, Polcher, Semiç/Simez, Vidiz, Zachoniano Bisiach) che friulani (Camozium, Claudana, Domenie, Georginis, Johannes Ladin, Cussa, Pontel, Lombrena, Pauli).
Ma si deve ribadire per il Friuli il concetto così ben espresso dal Kronsteiner nel 1981 per l’Austria: chi portava un nome slavo era sicuramente uno sloveno ma non si può dire altrettanto di chi portava nomi generici cristiani o nomi romanzi.8 Abbiamo molti esempi di sloveni che nel medioevo portavano nomi romanzi o germanici («di moda» per lunghi secoli nell’ambiente friulano). Gli stessi argomenti valgono in pratica anche per i toponimi, sparsi confusamente nel territorio del villaggio. Sono sloveni come Agrada, Blasizi, Calìci, Caminizze, Doja, Dribosa, Juvaniz, Mlacha, Orechovez, Pojane, Raje, Ruppa, Sabornizza, Studensi, Uerbize. Sono friulani Pièris, Chiaròdis, Clapàzi, Dreàt, Rònchija, Vinchiaràda (P 2010): ma come si può osservare anche oggi nella Slavia Friulana i toponimi friulani possono derivare da prestiti lessicali o da immigrati di lingua romanza.9  ... - Clicca qui per continuare a leggere l'articolo -

 
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